Gli Statuti di Poggio Umbricchio

Presentazione:

Con il ritrovamento dei suoi ordinamenti civili, trascritti nel 1571, il paese di Poggio Umbricchio esce dall'anonimato ed acquista un suo carattere e una sua fisionomia.
Come avremo modo di dimostrare, nel passato Poggio Umbricchio aveva una notevole importanza non solo nell'ambito commerciale della provincia di Teramo, ma anche nell'ambito del sistema militare del Regno di Napoli, costituendo la punta più avanzata dell'intero schieramento difensivo.


GLI STATUTI DI POGGIO UMBRICCHIO


Poggio Umbricchio è uno dei pochi, fra i paesi che un tempo formavano il Comune della Montagna di Roseto nell'Abruzzo teramano, ad aver conservato nel suo seno tracce concrete, se pure discontinue, della sua presenza nella storia.
La prima testimonianza è costituita da una pietra sulla quale è inciso un castello aperto e merlato sovrastante un'aquila maestosa in atto di difendere una docile e indifesa colomba.

In un'altra pietra è scolpito un grifone rampante con il capo, il collo, il petto, le ali e le zampe anteriori di aquila; gli orecchi di cavallo; il ventre, le zampe posteriori e la coda di leone. Ai quattro angoli si notano altrettanti simboli nei quali sembrano potersi riconoscere, in alto, due teste di animali, probabilmente una volpe e un leone, e, in basso, un boccale con un fiore e un rosone lavorato.

Nello stesso Vicolo Storto è murato un altro bassorilievo, simile al precedente ma più elaborato e complesso. Al centro della grande pietra campeggia un leone rampante, che mostra con la zampa anteriore destra un ferro di cavallo; in basso, a sinistra, un puttino orante e sulla destra un agnello con banderuola al vento sormontata dalla croce di Malta.

Sulla sommità della parete esterna di un'altra abitazione sono raffigurati due piccoli leoni, oramai consumati dal tempo e dalle molteplici calamità atmosferiche.

In una lunga pietra rettangolare in Via della Rocca sono incisi due volti umani ai lati di un colle sormontato da una croce.

Il monogramma di San Bernardino da Siena, un cerchio con il sole raggiante, nel cui mezzo sono incise le lettere I(esus) H(ominum) S(alvator), è visibile nel portone d'ingresso d'un'antichissima casa.

Altre corpose indicazioni si trovano nella Chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Lauretana, nel cui interno si conservano una preziosa pietra miliare del quarto secolo dopo Cristo e un dipinto seicentesco nel quale compare uno stemma araldico, di particolare importanza ai fini della nostra ricostruzione storica. Sovrapposto ad un'aquila bicipide, è disegnato, uno scudo con un leone rampante che sorregge sopra la propria testa un castello dorato a mo' di corona.
Sull'architrave del portale d'ingresso è incisa la data 1570, cioè la più antica tra quelle che ancora si possono leggere nel paese.

Le testimonianze visive sono tutte qui, pochissime, imprecise e con vuoti secolari paurosi. Sotto questo profilo risulta emblematica la stessa Chiesa nell'ambito della quale d'un tratto si passa dall'età romana a quella rinascimentale, dal periodo barocco a quello Ottocentesco.
Dal paesaggio geografico e dall'interpretazione del complesso delle testimonianze araldiche riferite, in un costante raffronto contestuale e critico con le fonti dell'epoca, dipende la storia di Poggio Umbricchio.
L'aquila e la colomba, poste sotto il castello, il grifone rampante, inciso nel mezzo, tra la volpe, il leone, il boccale e il rosone, oltre le diverse posizioni in cui trovasi inquartato il leone, denunziano chiaramente l'immagine di un paese antico e magnanimo, amante della vita semplice, coraggioso nelle avversità e pronto a salvaguardare la propria libertà nei confronti dei vari signori che invano cercarono di farne un feudo passivo.
Sull'antichità del paese non vi sono dubbi e ove non fossero sufficienti i pochi elementi raccolti si potrebbe ricorrere all'etimologia del nome.
Secondo Pancrazio Palma la nascita di Poggio Umbricchio potrebbe essere fissata nel periodo immediatamente precedente alla conquista sillana della provincia aprutina quando venne in uso il sistema di affidare ai soldati o ai municipi le terre coltivabili e alla repubblica romana i terreni sterili.
« Può essere che dopo tal censimento i nostri monti cominciassero a sboscarsi ed abitarsi; poiché i nomi di molti villaggi ivi sorti e di varie contrade rammentano le preesistenti selve ed il loro abbattimento per ridurre il suolo a coltura od a prato: tali Pastignano (pascolo di ghiande), Roseto, Cervaro, Crognaleto, Frattoli, Cesa Castina ed altre Cese, Abetemozzo, Cerqueto, Verneschi (alberato di pioppi), Settecerri, Pascellata, tre Macchie, Valle Vaccaro, Alvi, Castagneto, Nocella, Ceraso, Olmeto, Fajeto, Pomarolo, Elce di Roseto, Faugnano. Quest'ultimo però forse deriva da Fauno che poteva avere un tempio in quei grandi boschi. Non può negarsi intanto -prosegue concludendo Pancrazio Palma - che vari nomi furono tratti dal greco, come Nerito (luogo oscuro), Iscarelli da Ischiros (luogo alto e forte); forse Ciarelli da Cieros (luoghi ombrosi), Comignano da Comao (produttore di erbe) ».

La colonna miliare, che ora fa da base ad una pregevole acquasantiera nella quale si legge l'augurale scritta: « discendat in hanc plenitudinem fontis virtus Spiritus Sancti », è importante per diversi motivi. Innanzi tutto perché, il numero CIIII che si legge in basso indica la distanza che all'incirca corre tra Roma e Poggio Umbricchio, calcolando le miglia secondo l'antico valore, in secondo luogo perché figurano i nomi di tre imperatori romani del IV secolo che furono con molta probabilità gli stessi che restaurarono o costruirono ex novo nel 364 la nuova strada. Non sappiamo per quale ragione, se commerciale o militare, Flavio Costantiniano, Valente e Graziano diedero vita alla nuova arteria, sicuramente per accorciare i tempi dì percorrenza tra Roma e l'Abruzzo. Secondo Pancrazio Palma, i romani « conoscendo ben lunga la salaria per arrivare al suo termine, le saline di Atri, una scorciatoia aprirono nelle vicinanze di Amiterno per la valle ove sorge il Vomano; e profittando della gola per la quale detto fiume s'immette nella nostra provincia, tutt'ora chiamata Tre Termini, perché ivi tre pertiche confinavano, la Sabina, la Vestina e la Pretuziana, come poi vi toccarono tre diocesi e quindi tre contee, lungo la sponda sinistra che guarda il mezzodì la continuarono fino ad un miglio e mezzo da Tottea. Ivi su di un ponte, del quale resta sulla sponda destra un pilone, formato senz'aiuto di cemento, con grossissime pietre riquadrate (qualcuna di palmi 15 di lunghezza per 3 e 4 di grossezza), la strada ripassava sulla destra vicino Nerito, e quindi di nuovo a sinistra presso Poggio Umbricchio, dove era la colonna miliare CIIII, attualmente dentro la chiesa. Ciò indica che la strada fu regia o consolare, tanto più che la colonna medesima trovasi dedicata agli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, sotto i quali forse fu posteriormente restaurata, giacché i residui di ponti mostrano nella loro solidità un'epoca più remota sulla dritta ripassava del fiume, mediante altro ponte, del quale anche sussiste una spalla. Nel tenimento di Fano di Adriano, allora più vicino al Vomano, si possono discernere i tagli operati dalla mano dell'uomo nelle vene di tufo che la via doveva attraversare. Chi però voleva venire a Montorio pare che da Poggio Umbricchio potesse giungervi per una strada, di cui resta un frammento all'oriente di detto villaggio. Giunta a Montorio, un tronco distaccavasi per Interamnia, lungo una valle che opportunamente taglia la collina, riunisce il bacino del Vomano a quello del Tordino, e della quale ora profittasi per la nuova strada circondariale, mentre l'altro ramo proseguiva sino al duplice emporio del Vomano ».
Con la nuova sistemazione stradale, voluta dai tre imperatori, quasi certamente Poggio Umbricchio acquistò una posizione di rilievo anche se, per carenza di testimonianze sicure, non siamo in grado di documentarla.

Sembra che il conseguito prestigio abbia trovato il paese impreparato e le sue strutture inidonee a memorizzare gli avvenimenti più importanti della sua vita.
Da questo momento in poi è la Chiesa che sul piano civile, nonostante le difficoltà e oltre l'evangelizzazione, si assume il difficile compito di garantire la continuità storica. In genere non fu agevole per il cristianesimo conquistare al Vangelo le popolazioni montane e qui più che in ogni altro luogo. Una testimonianza dello spessore culturale romano nella zona è offerto proprio dal ricordato puttino seduto ai piedi del leone, in quanto mentre mostra al visitatore le mani congiunte nell'atto di pregare, nella parte inferiore del corpo pone bene in evidenza gli organi genitali.
L'acculturazione cristiana nell'alto medioevo, con molta probabilità, dovette procedere sulla linea direttrice di una notevole tolleranza, evitando, per quanto era possibile, lo sradicamento totale e immediato dei residui pagani e precristiani.
Molti boschi sacri agli dei, esorcizzati, divennero sedi di Chiese, parecchie are pagane furono utilizzate come altari cristiani e molte pietre lavorate assunsero, in una diversa collocazione, un particolare significato.
La pietra miliare, più volte ricordata, indicava la distanza tra Poggio Umbricchio e Roma. Roma era la capitale dell'Impero, ma anche la sede del Papato, per cui l'acquasantiera giustapposta non costituiva una rozza sovrapposizione sì bene il necessario complemento dal valore spirituale fortemente terapeutico.
Andare dal Papa era un atto di devozione, ubbidire ai suoi ordini un segno di sottomissione, ma assai più importante era la purificazione dell'anima prima di intraprendere il viaggio per chiedere e ricevere successivamente l'apostolica benedizione.
I riti magici di contenuto fallico, singolarmente presi, erano riprovevoli e peccaminosi, considerati invece in un'ottica esistenziale potevano assumere il valore di offerta e di ringraziamento. In quelle difficili, ostiche e impervie zone montane dove la morte mieteva vittime numerose e innocenti, specie tra i bambini, la facoltà riproduttiva rappresentava la benedizione divina, per la quale non bastava credere, ma bisognava anche pregare.
L'autorità civile compare nell'ottavo secolo, in pieno feudalesimo, nell'ambito dei rapporti di forza fra gli Stati italiani e delle lotte fra questi e l'Impero.
I primi nomi a emergere sono Riccardo e Andrea di Poggio Ulbricchio o « Imbrecchie » che nel 1239 figurano come custodi di alcuni prigionieri lombardi per incarico di Federico II°, mentre, quarant'anni più tardi, nel 1279, essi appaiono nella veste più prestigiosa dei feudatari della vicina Altavilla. Titolo che conservò anche Iacopo del Poggio « de Ambricolo » (1316).
Con Francesca «de Podio» il paese imbocca una fase di stasi, poiché la signora, vedova di Matteo di Leognano, secondo i registri angioini del 1337, risulta venditrice dei feudi di Altavilla, di Caprafico e anche di Poggio Umbricchio altrimenti dette «de Umbraculis ».
Dopo Giorgio «Ciantri» di Poggio Ramonte, accusato di essere un ricettatore di malandrini, compare Gianfilippo «Georgii de Podio Ramontis» ( Senarica), che partecipa alla tregua tra le fazioni di Renato d'Angiò e di Alfonso d'Aragona, in qualità di signore di Poggio Umbricchio. Questi, però, nel 1444 vende agli Orsini di Manoppello una parte del castello disabitato di Chiarino in Valle Castellana di cui era utile feudatario.

Nel 1465 risulta feudatario di Poggio o meglio di «Podii Morechii» il figlio di Gianfilippo, un certo Ciantò (Ciccantonio) che condivide la proprietà con Francesco di Angelucci, cugino di Giacomantonio.
Con la dinastia dei Ciantò o Ciantro, Poggio Umbricchio riconquista l'antico prestigio. Giampietro, Giacomantonio, Francesco di Angelucci e Giamberardino di Ciantò governano con autorità e sicurezza anche i feudi di Poggio Ramonte, di Altavilla e la restante parte di Chiarino.
Con un'altra Francesca, questa volta figlia del ricordato Giamberardino, che nei «Quinternoni» compare feudataria pure di Villa Vorano, oltre Altavilla e Poggio Ramonte, Poggio Umbricchio sembra tornare quasi nell'anonimato. Il castello, definito da Nando Poli «baluardo indomito agli appetiti delle signorie feudali succedutesi alle invasioni barbariche e rifugio di umbri annidatisi lassù» passa sotto la signoria di un estraneo, a causa dei forti contrasti e delle profonde gelosie insorte con la vicina Senarica.
Quest'ultima, approfittando del matrimonio di Francesca o Faustina di Ciantò con Angelo Castiglione, si liberò nel 1507 dei poggesi, ponendoli alle dipendenze della intraprendente famiglia pennese che, pur nell'ambito dello « Stato di Atri », andava progressivamente consolidando la sua influenza politica ed economica in danno della potente dinastia degli Acquaviva.
Il nuovo acquisto incrementò ulteriormente l'importanza della famiglia Castiglione, che già possedeva i feudi di Pianella, Penne, Castiglione Messer Raimondo e Castiglione della Valle, in quanto Poggio Umbricchio contribuiva a perfezionare il controllo su quella parte della regione che, secondo il Pieri, nel Cinquecento costituiva il saliente avanzato dell'intero sistema difensivo napoletano di cui dovevano tenere conto gli invasori che intendevano entrare per la via Latina (Frosinone).
I dissidi e i contrasti con Senarica rientravano, quindi, in una prospettiva politica più complessa e meno appariscente agli occhi delle semplici comunità agricole-pastorali. A ingigantire la diaspora, però, non mancò, da una parte e dall'altra, l'insofferenza per una situazione economica non prevista, la cui origine risiedeva più a monte del matrimonio.
Nel documento informativo del 1465, allorché si descrivono le proprietà di Francesco e di Gianfilippo Ciantò, si parla anche del «Castrum poij Ramontis dirutum et inabitatum» posseduto «in comuni sine vassalli» .
Il fatto che Poggio Ramonte «seu Senarica» fosse diruto, inabitato e privo di vassalli fece sì che i poggesi si adoperassero per renderlo efficiente, ospitale ed abitato, rilanciando un'istituzione particolarmente gradita ai viaggiatori ed ai commercianti. Il ricordo del privilegio della «casa franca», pervenuto a noi attraverso un'iscrizione incisa sull'architrave di una casa, è in parte offuscato dalla difficoltà d'interpretazione del testo. Alcuni leggono: «Casa Franca dal Re Innaferno», altri «Casa Franca del Re Inneterno». Noi pensiamo, viceversa, che la lettura più giusta sia questa: «Casa Franca da ire innAterno». Nel primo caso infatti dovremmo supporre la presenza di un re dal nome Innaferno, che nella realtà non esiste; nel secondo caso ad una particolarità giuridica, in quanto i re non concedono mai in «eterno» qualcosa, ma sempre «in perpetuo», mentre nel terzo caso l'epigrafe avrebbe un senso in quanto la zona veniva dichiarata «franca» per quanti si recassero o provenissero dal fiume Aterno. Il salvacondotto, in sostanza, garantiva la libertà di commercio e di transito fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.
Il distacco da Senarica, indubbiamente significò una diminuzione di prestigio per Poggio Umbricchio, ma anche la fine delle alterne signorie e l'inizio di una maggiore stabilità politica.
I poggesi, infatti, ottennero, nel 1571, dopo un lungo braccio di ferro con la famiglia Castiglioni il rispetto delle libertà giuridiche ed economiche che godevano da tempo immemorabile. Gli « Statuti», sono stati, fino all'eversione della feudalità (1806), un valido punto di riferimento fra i « naturali » e il feudatario, fra il castello e il potere centrale napoletano.
Non fu così per Senarica. L'alienazione di Poggio Umbricchio si rivelò un grave errore di prospettiva politica. Quando i senarichesi si resero conto dell'inevitabile decadenza, per l'avvenuto ridimensionamento del paese, corsero ai ripari, ma era già troppo tardi.
Dopo una lunga e perseverante lotta per riavere gli antichi privilegi, incautamente ceduti ai nuovi feudatari, essi ottennero dal marchese de Mondejar una nuova investitura (29 marzo 1577), ma come scrive Raffaele D'Ilario, non riuscirono « per un terzo e più di secolo a renderla operante, forse per il territorio rimpicciolito e forse perché la investitura diversa dall'antica non si attagliava alle attuali esigenze dei notabili e della loro comunità. Quindi, per riottenere i primitivi privilegi si rivolsero al Vicerè Conte di Benevento, al quale, oltre che al Consiglio del Collaterale, si faceva capo per qualsiasi provvedimento, e il 28 febbraio 1610 ottennero il nuovo diploma di investitura feudale, dato a Napoli il 5 dello stesso mese, per dieci capifamiglia con tutti i diritti, coi quali era stato posseduto dai loro padri in virtù dell'altra investitura spedita il 29 marzo 1577 dal marchese di Mondejar.
Nel diploma si disse che i novelli investiti erano succeduti agli antichi, jure longobardorum; che l'investitura s'intendesse perpetua, in favore di tutti i discendenti delle dieci fmiglie, fidelitate tamen Regia, feudali quoque servitio et adhoa semper salvis ».

Con gli «ordinamenti» del 1571 Poggio Umbricchio normalizzò i rapporti sociali, giuridici ed economici con i nuovi feudatari.
Il documento, che ha un fascino particolare sia dal punto di vista linguistico che sotto il profilo strutturale, è purtroppo illeggibile in alcune parti proprio a causa dell'usura del tempo. La lingua usata è quella di transizione. Molte parole nella struttura e nelle desinenze risultano ibride, con un misto di latino e di volgare, di rara efficacia semantica, e sembrano riflettere la tormentata situazione orogenetica della zona, chiusa ai contatti umani per diversi mesi dell'anno e agli apporti culturali delle grandi città.

La grafia, l'inchiostro usato, le abbreviazioni adoperate costituiscono una inequivocabile testimonianza della preparazione dello «scrittore di commissione» particolarmente esperto nel condensare in pochi segni complessi modelli comportamentali e intricate norme giuridiche.
Dal punto di vista contenutistico gli Statuti denunciano una vita relativamente evoluta, dignitosa e improntata a un sano spirito comunitario. L'osservanza del riposo festivo era attenuato dallo spirito di solidarietà nell'ambito del quale si poteva «tirare legna grosse et altri pisi che per uno homo non se po tirare. Et per le diete feste sia licito ad ciascuno che vola aiutare altri per la more de dio con le proprie bovj et asini et macenare» tranne che «la domenica et le feste del signore et de Santa Maria che non se possa macenare et fare altra cosa».
L'intero documento è ispirato a grande saggezza e moderazione. Sembra quasi di intraveder nel reticolato delle diverse rubriche la presenza di un archetipo di tipo biblico.
A Poggio Umbricchio la massima autorità era il Giudice, da lui dipendeva l'applicazione della legge, di regola la domenica. e la direzione politica della comunità. Tutti gli dovevano rispetto come lui ai suoi concittadini. Una volta eletto doveva giurare «de fare lo offitio derittamente ad honore de lo signore» senza alcuna parzialità. La carica non era ad honorem, poiché era stabilito che chi «andasse in servitio del comune debia haver per omne dy solly X et se va a piedi carlini uno per lo spatio de otto miglia in se più solli V. Et se ly averasse alcuno danno sia alle spese del communo».
Una particolare procedura era prevista per la elezione e l'ufficio del Camerlengo. « Item facimo et ordinamo che lo offitio de li Camorlinghi si debia ordinare et creare in quisto modo videlicet che se habia da elegere una persona del detto Castello del poyo et quilly imbossolare et habiare da sbossolare da la detta bossola. Et quillo che escera habia da exercitare lo offitio del Camorlingato per tempo de quattro mesy. Et cosy habia da tenere li nove persone che sarra imbossolate per fine che durara. Cioe quattro mesi per uno ut seguitur finiendo. Et quando sarra finite se debia elegere ly altry ut supra. Et exquire come de sopra. Ancora che ly dittj Camorlinghi in lo tempo del suo offitio non possano andare scalzy cioe senza scarpe et senza calze secondo la sua facolta. Et lo qualunque contra farra overo recusara sia tenuto per pena de solly venticinqui».
Al Parlamento spettava, non solo, l'elezione del Giudice e del Camerlengo, ma anche l'elaborazione di nuove norme comunitarie « tutte le riformanze è ribadito in un articolo che se farla in parlamento per utile del communo, sia tenuto per Statuto per sì che non si delibera in contrario », e chi veniva accusato ingiustamente, sia che fosse forestiero o cittadino, doveva essere difeso a spese « de lo communo ».
Nella compostezza dei singoli capitoli, così privi di angolosità umane e giuridiche, probabilmente pesava il ricordo di un lugubre evento. Che cosa sia accaduto al paese negli anni immediatamente precedenti alla redazione degli Statuti non siamo riusciti a individuarlo con esattezza.
Sicuramente qualcosa di grosso come un terremoto, una carestia o una grave epidemia, certo è che nel capitolo dei «Testamenti» si parla con tristezza de' «l'anno de la grande mortalità». L'evento fece saltare il rispetto di alcune norme in materia testamentaria e patrimoniale. Si stabilì, infatti, «che le testamenta facte ne l'anno de la grande mortalità per ly qualy siano tre testimoni fide digni per vigore di questo capitolo sia tenuto rato et fermo come se fosse con omne debita solennità munita et fatta ». Per quanto riguardava le proprietà venne accettato il principio che « se alcuno o alcuna poxedesse nel pogio o suo termino alcuna cosa stabile iusto titolo et bona fide per spatio de dece anni et fosse ad ciò chiamato ad corte non sia tenuto de pagare alla corte de pena solly XX. Etcepto ecclesie orfani et popilly alli quali sia lecito de omne tempo usar la sua rasione».
La diminuita disponibilità economica provocò una modificazione delle norme suntuarie, in quanto si stabilì che «quando se fa ly cristiani quelly che sono compari non possa donare se non uno cannelotto, una centura et una camisia», analogamente «se alcuno o alcuna persona de lo poyo vorrà ad fidare alcuna donna de casa sua per lo dy de la affidatione de essa non possa dare a magnare ad quilly che verra per parte de lo marito se non rossa pasta et non degia mettere tavola (...) sia lecito ad ciascuno che la sera de quillo dy retenere in casa sua lo marito de lo sposo de la sposa con uno compagno o vero doy et dare ad ipso cio che vole».
Il dolore subito, comunque, non trasformò i poggesi in umili sudditi dei feudatari, anzi l'evento risvegliò in molti la non sopita origine longobarda, per cui Orazio Castiglione fu costretto, nel 1573, a riconoscere loro il diritto alla libertà di commercio, di cui sempre avevano goduto, e il diritto di legnare come era nei patti con la vicina Senarica.
« Item statoimo et ordinamo», scrisse il barone in una delle varie aggiunte, «che nello nostro castello dello pogio possino ogni persona liberamente comprare et vennere senza ricadere nessuna concessione per ragione de jus concedo, et per che in detto Castello non ce ius concedo per essere feudo et per questo ordinamo al nostro capitano che per tale causa non sia nessuna persona alcuna in tanto ardire e per nostra libertà».
Con un altro placet del 12 giugno 1602 lo stesso Orazio si dichiarò «contento che loro possino spartire secondo le loro occorrente» i frutti della montagna.
Probabilmente e a prescindere dalle formule giuridiche i locali vollero ottenere qualcosa che neutralizzasse la crescente invadenza della «Casa Franca» del castello di Senarica.
Il solidarismo all'interno e la fermezza all'esterno permettono a Poggio Umbricchio di superare notevoli difficoltà e soprattutto i ripetuti attacchi dei briganti nel '600 e le prepotenze baronali di cui Orazio fu il quarto feudatario dopo Angelo, Orazio il vecchio e Gaspare. Angelo Castiglione morì alcuni anni dopo il matrimonio, mentre Franceschina Cicintò o Ciantò lo raggiunse nel 1558, lasciando erede il figlio Orazio alla cui scomparsa subentrò Gaspare.
Gaspare Castiglione pagò alla Regia Corte il «relevo» dovuto per «lo Castello di Poggio Umbricchio con suoi Vassalli, rendite, diritti, giurisdizioni civili e criminali, mero e misto impero e per lo feudo di Poggio Ramonte» il 15 febbraio 1560.
Alla sua morte l'eredità passò al ricordato Orazio che morì nel 1664 e quindi al di lui figlio Giovan Battista Castiglione. Nel 1665 Giovanni Castiglione pagò, in qualità di Barone della terra di Poggio Umbricchio il «relevo» per la morte del padre Giovan Battista. Per la scomparsa del Barone Giovanni, nel 1683, Nicola e Giovan Battista vengono invitati a soddisfare le richie¬ste del fisco. L'11 settembre 1710 l'Imperatore Carlo VI con un privilegio concede a Giovan Battista Castiglione per i meriti acquisiti da lui e dai suoi avi e per la nobiltà della stirpe, l'ambito titolo di Marchese di Poggio Umbricchio.

In seguito il feudo passa ad un ramo collaterale della famiglia o meglio a un nipote, poiché nel cedolario di Abruzzo Ultra del 1766, e precisamente nelle provvisioni del 1761 si trova che Ferdinando Castiglione, con decreto della Gran Corte della Vicaria (2 ottobre 1736) era stato dichiarato e confermato ex figlio ed erede del suddetto Giovan Battista per la morte del medesimo avvenuta il 27 ottobre 1730, ed a causa del passaggio di Nicola Castiglione, fratello di Gio Battista, all'Ordine Gerosolimitano, nonché del passaggio di Alessandro, figlio sempre di Gio-Battista e padre di Ferdinando, allo stato sacerdotale.
La disposizione, in favore di Ferdinando fu possibile, innanzitutto, per la legge del maggiorascato, introdotta da Camillo Castiglione e, in secondo luogo, per una deroga al diritto successorio che, mentre ribadiva l'ereditarietà per linea diretta, permetteva che si considerassero discendenti dai primi feudatari i possessori di feudi acquistati ove altri non avessero prodotto particolari titoli da tutti riconosciuti.
Gli ultimi feudatari furono Giuseppe Angelo e poi Giambattista Castiglione contro i quali, non solo, Poggio Umbricchio, ma anche Senarica, a lungo, dovettero lottare, in occasione delle leggi eversive della feudalità. In un primo momento i poggesi ottengono di non pagare più alcune prestazioni onerose, ma poi devono attendere parecchio prima di vedere riconosciuti i loro diritti anche perché il problema andò a collegarsi con l'altro, ancor più grave, della divisione dei demani.
Il 12 agosto 1810, Bernardino Ciccone, nominato agente ripartitore dei demani comunali, si recò a Poggio Umbricchio dove, sentito i cittadini e le autorità locali, stese il verbale e ripartì senza farsi più vedere, mentre gli abitanti erano desiderosi di risolvere pacificamente e nel più breve tempo possibile le questioni pendenti.
Risultati vani tutti i tentativi di conciliazione proposti per via epistolare,l'8 agosto 1813 il primo Eletto, Pietro Marini, si rivolse direttamente all'Intendente della Provincia di Teramo, scrivendo: «L'Eletto di Poggio Umbricchio in nome dei capi famiglia del Comune umilmente espone, che situato il proprio paese in mezzo a tre grandi feudi, non è affatto preso in veduta dagli Agenti della divisione de' Demani e non può perciò profittare delle benefiche leggi del Governo. Una popolazione povera come questa di Poggio Umbricchio deve richiamare l'attenzione di V. S. Ill.ma nell'attuale circostanza di poterle fare del bene, e ritoglierla dalle gravezze impostele dall'ex feudatario Marchese Castiglione di Penne.
Gli abitanti di questo Comune àn avuto il diritto di avere tutta la ghianda di due grandi selve dell'ex feudatario, pagandola un anno alla voce più bassa della provincia, cioè a quella del Comune di Castagna, e l'altro anno per soli ducati dieci. A questo diritto avendo dovuto i capi di famiglia rinunciare coll'istrumento de' 27 novembre 1773 per non esser vessati con litigi, e sequestri per altri oggetti, l'ex feudatario ha venduto pesteriormente tale ghianda per ducati cento, ora più ora meno in ogni anno. Gli abitanti àn sempre goduto del diritto di legnare sul morto e dalla croce in sotto, senz'esserne stati mai impediti nè molestati, e senza nulla corrispondere all'ex feudatario. Gli abitanti àn sempre seminato e maggesato in qualunque parte delle terre feudali, che fosse piaciuto, senza dimandarne licenza nè all'erario, nè al Marchese, ma pagando ad agosto la mezza copertura, giusta il canniato. Nè un Cittadino potea essere amosso dal terreno da lui coltivato se da esso non fosse stato abbandonato a tutto Natale, dopo l'ultimo raccolto. Questo si sta esercitando anche attualmente senza niuna novità.
Gli abitanti àn sempre avuto il diritto di pascolare sulle terre feudali, cioè sul feudo di Vibli, su quello di Vallecannita e su quello di Cellito, pagando annualmente ducati diciassette. Ma il feudo di Cellito si è affittato nell'inverno per lo più, abusivamente, ai naturali del Comune di Cerqueto pel pascolo delle loro capre, ed i naturali del Poggio àn sofferto quell'abuso perchè in tempo de inverno poco suole tal feudo esser da essi praticato. Gli alcini del feudo di Cellito son tagliati senza riserva da chiunque cittadino n'abbia bisogno, ed i fornaciari del Poggio ne àn fatto sempre uso nella fornace ch'è in confine col detto feudo, senza nulla all'ex feudatario corrispondere.
I capi di famiglia stan pagando cinquanta tomoli di grano a titolo d'enfiteusi in forza dell'istromento del 1773 ma al prezzo camerale che correa nel tempo 1773, cioè al prezzo di carlini ventuno la salma. Or oggi che il grano vale il triplo alla voce camerale o Provinciale, non è giusto che sia continuato il pagamento a norma di tale bassissimo prezzo».
L'Intendente di Teramo dopo aver chiesto lumi a Pio Coppa, Direttore per la divisione dei demani, nell'ottobre del 1813, e al Giudice di Pace del Circondario di Pianella, Pietro Todisco, il 25 febbraio 1814 dichiarò e ordinò che « 1) Per le terre censite l'ex feudatario esigga dai naturali di Poggio Umbricchio lire 154 annue, risultanti dal ragguaglio del cinque per cento sul valore delle terre giusto l'istrumento del 1773, invece dei tomoli cinquanta di grano, o esigga tanto grano quanto equivalga annualmente nella voce di agosto alla detta somma. 2) Escluse le terre censite tutto il rimanente ex feudo di Poggio Umbricchio si divida in tre rate di egual bontà e valore assegnandosi una vicina all'abitato all'Università di Poggio Umbricchio, e rimanendo l'altre in piena e libera proprietà dell'ex feudatario. 3) La prestazione di lire 92,40 a titolo di fida del pascolo cesserà dal giorno dell'accantonamento, potendo ciascuna delle parti liberamente disporre della sua quota, e restando con ciò sciolta ogni servitù sui fondi ex feudali e restituita ciascuna parte contraente ai primieri suoi diritti. 4) Il Sig. Consigliere Ciccone è incaricato di far eseguire l'ordinato accantonamento per mezzo dei periti eligendi legalmente».
Quando il Ciccone si presentò a Poggio Umbricchio per definire la ripartizione si trovò difronte a tante altre difficoltà che lo costrinsero a chiedere nuovi ordini all'Intendente.
« Nello scorrere il feudo dell'ex Marchese Castiglione egli riassunse in una lettera del 18 marzo 1814 si è trovato diviso in tre parti. Uno verso ponente chiamato Vado Cannito, l'altro a mezzogiorno, lungo il fiume Vomano, chiamato Cellito, e il terzo a oriente denominato il feudo di Vibli. In mezzo a queste tre parti possiede la Comune. Il paese è fabbricato la maggior parte sopra il primo feudo di Vado Cannito. I cittadini tengono poi la maggior parte delle rimesse degl'animali nel numero di circa sedici nelle vicinanze del feudo di Vibli. Io per portare a compimento la detta divisione col dovuto riguardo locale, e delle circostanze, era in voto di dare alla Commissione il quarto di qua dal fosso di Villi per comodo degl'animali sull'uso dell'acqua, e di assegnarli il dippiù in quello di Vado Cannito restando il Cellito per intiero al Marchese e le due porzioni di là dal fosso Villi, e quanto potea restargli di porzione su quello di Vado Cannito per le due terze parti.
Nel mostrare tal piano ai Cittadini àn preteso di aver la terza parte in questi tre luoghi distinti e separati fra loro. L'agente del Marchese all'incontro pretende che il feudo sia uno solo considerato unito, attenendosi al secondo articolo dell'ordinanza di farsene tre parti di eguali bontà e valore e di assegnarne alla Comune il feudo di Vado Cannito, come più vicino all'abitato per la sua terza parte e di dare di qua dal fosso di Villi una sola striscia per l'introduzione degli animali all'acqua del fosso, che si rimettono in detta vicinanza. Prevenendosi di più che l'estensione di Vado Cannito è di moggia quattrocento-trentasei, due quarte e tre quinte; quella del Cellito è di moggia cento e sedici, due quarte ed una quinta; e finalmente quella di Villi è di moggia centonovantuno tre quarti ed una quinta. Si domanda il vostro oracolo ».

La faccenda trovò una soluzione tra il 1833 e il 1843 col riconoscimento agli abitanti di Poggio Umbricchio dei loro diritti e al Marchese Castiglione delle proprietà realmente acquisite. La lunga battaglia archivistica e legale lascia stremati i diversi paesi già logorati dalla lunga lotta svoltasi sulle alture delle montagne circostanti tra i francesi e i borbonici durante il periodo napoleonico.
Per circa tre anni (1805-1808) le truppe francesi e borboniche si fronteggiarono in una estenuante guerra di posizione con grave danno per le gracilissime economie locali.
Tra il 1807 e il 1808, specialmente, i Comuni vuotarono le casse e le famiglie le madie pur di allontanare dalle proprie case e dai propri campi le rappresaglie degli opposti eserciti e dei numerosi briganti, utilizzati or dall'uno or dall'altro contendente, al fine di piegarli dalla loro parte.
Dai conti comunali, conservati presso l'Archivio di Stato, appare con chiarezza l'alto costo delle operazioni militari, senza quasi alcun aiuto da parte di Ferdinando IV.
Solo nel 1807 al Sindaco di Padula giunse un modesto contributo che Pietro Di Michele si preoccupò di girare ai legittimi destinatari e poi niente più.
Il 9 settembre 1807 per rifocillare 125 soldati francesi che passarono per Agnova, il Sindaco spese ben 22 ducati e 90 grana su un introito comunale di appena quattro ducati. In precedenza il Comune di Altovia (21 giugno 1807) per 100 soldati aveva speso 45 ducati su un introito di 22 e mezzo.
Il Sindaco Donato di Giosia della Villa Cajano dichiarò all'Intendente di Teramo di aver sborsato in favore delle truppe, nel 1807, ducati dieci e grana dieci su un'entrata di otto ducatie un quarto. Più fortunato fu il Comune di Casagreca che sela cavò con nove ducati, nove carlini e quattro grana su un introito di tredici ducati e mezzo. Giovan Antonio Di Paolantonio, Sindaco di Comignano spese diciotto ducati e sessantasei grana (introito ducati ventuno e grana diciotto e tre quarti); viceversa il Sindaco di Cortino, Giovan Battista Marini, in un solo anno (1808) dovette elargire in favore dei francesi ben 179 ducati e mezzo su un introito di dodici ducati e trenta grana. Nicola Austilij, Sindaco di Villa Elce, pagò ventidue ducati e Ssessanta grana (introito undici ducati e sessantasette grana) e Giorgio Di Gianvitto di Villa Lame anticipò per il Comune cinquanta ducati e quaranta grana perché le entrate dell'Università non superavano i ducati undici e ottantatrè grana Macchiatornella, tramite il Sindaco Gio: Di Francesco, il 20giugno 1807 consegnò ai francesi quarantasette ducati e ventisette grana (introito ducati ventinove e grana cinquantasette). Sempre nel 1808 Francesco Marini, Sindaco di Pagliaroli, fucostretto a pagare, una prima volta, otto ducati e cinquantasei grana, e, una seconda volta, ventuno ducati e quarantatrè grana e mezzo. per le « truppe francesi e per tutti gli altri passati e ripassati », dove negli « altri » bisognava intendere « briganti » (introito tre ducati e ottanta). Il Sindaco di Padula, Simone Di Fortunato nel 1808 dichiarò in bilancio che per causa dei francesi e dei briganti, il Comune aveva sborsato cinquanta ducati e settanta grana (introito ducati sessantadue e grana quindici), madi Padulache alla somma si dovevano aggiungere altri centottanta ducati anticipati dai diversi cittadini che in contanti, in lavori o importare beni di prima necessità si erano adoperati per soddisfare alleono stati lando IV
più svariate richieste. Tra il 1807 e il 1808, Gio: Andrea Spinucci, Sindaco di Pezzelle così dettagliò le spese: « alla truppa francese residente in San Giorgio per razione di pane, carne, vino, presutto, e sale, carlini tre e novanta grana; e più alli medesimi esso eletto per altra razione carlini ottanta; e più per razione ad altra truppa (briganti scritto in rosso al margine sinistro) di circa sessanta soldati e comandanti ducati dieci » (introito ducati tredici).
Nello stesso periodo i sindaci di Piano Fiumato (Filippo Di Gregorio), di Servillo (Gio: Carlo Di Pasquale), di Vernesca (Gio: Di Cesare), di Tottea (Giuseppe Masci), di Figliola (Francesco di Paolo), di Cervaro (Angelantonio Ridolfi), di Alvi (Domenico Palombieri), di Aielli (Giuseppe Fragassi) e di Macchia (Domenico Cesarini) per il rifornimento delle truppe francesi, dell'esercito regio, oltre le scorrerie dei briganti, sborsa¬rono globalmente 701 ducati e 89 grana a fronte di un introito di ducati 535 e 61 grana e mezzo. Frattoli nel 1806, mentre era Sindaco Leandro Bucciarelli, spese diciannove ducati, mentre Cesacastina cento ducati a più riprese.
Un discorso a parte meritano Frattoli e Valle Vaccaro che in un paio d'anni vedono le proprie economie distrutte dall'occupazione militare francese e dalle incursioni dei briganti. Nonostante l'impiego profuso dai diversi sindaci: Giacomo Tulli (1806), Francesco Alfonsi (1807), Michele Di Carlo (1808), Gaetano De Federicis (1809) e ancora Giacomo Tulli (1810),Valle Vaccaro da una situazione di quasi agiatezza venne ridotta alla fame, mentre a Frattoli sembra si accanissero entrambi i contendenti.
San Giorgio era il quartier generale dei francesi. Qui il 21 settembre 1807 venne organizzata un'operazione congiunta per snidare i briganti dai monti circostanti. Oltre 150 soldati francesi provenienti da Montorio, Frattoli e Poggio Umbricchio puntarono in direzione di Cortino, ma quasi senza esito, poiché nell'unico contatto, che si ebbe il 28 ottobre 1807 nella Villa Pantanella, vennero catturati pochi sbandati di scarsa importanza.
Ovviamente non venne risparmiata Senarica. Il resoconto del Sindaco Ambrosio D'Ambrosio per l'esercizio finanziario 1807-1808 non ha bisogno di commenti.
La povertà registrata all'inizio dell'Ottocento si accentua ancora di più con la nuova sistemazione amministrativa e burocratica, voluta dai francesi.
Poggio Umbricchio si vede inserito in un comprensorio privo di una qualsiasi dialettica sociale, economica e culturale.
I ventotto villaggi che formavano l'antico Comune di Crognaleto, tra l'altro, erano poco estesi, poveri e assai distanti tra di loro.
I terreni utili per l'agricoltura non erano in grado dì assicurare la sopravvivenza che per tre, massimo quattro mesi l'anno. Spesso si legge nei verbali redatti da Berardino Ciccone, incaricato della divisione dei demani, espressioni di questo genere: « il dippiù dell'alimento che gli bisogna se lo vanno a provvedere fuori colle loro fatiche ed industrie ».
Le vie più battute erano quelle verso la campagna romana, il piano Vomano e il Tavoliere delle Puglie, al seguito della transumanza. Qualcuno si avventurava anche nelle regioni dell'Emilia e della Romagna. Per mancanza di risorse, sottolinea un altro verbale, i cittadini « sono obbligati per altri nove mesi di spatriare per procacciarsi il vitto rimanente ».
In genere la popolazione era costituita da braccianti e tagliatori di boschi, pochi erano gli uomini che svolgevano un lavoro artigianale qualificato come sarto (Macchia), « vaticali » (Alvi), « arcari » (Nerito) o muratore.
Nel verbale di Padula, Berardino Ciccane scrive: « il territorio di detta Università per sua natura gli è contraria la coltura, e dove si è tentato coltivarlo è rimasto privo di quella poca terra vegetabile per le irruenze delle acque piovane ».
« Tutto il territorio - è scritto a proposito di Tottea - è sotto un clima alto che comprende balzi e colline erte, vi alligna solo grano, segala e pochi marzatici ».
Per quanto riguarda Senarica, la comunità dichiara che « tutto il territorio è montagnoso ed aspro, che abbraccia fossi e ripide colline, praticabili solo in tempa d'està ».
Il commercio era, quindi, praticamente nullo tanto che il 20 dicembre 1828 il Sindaco di Conino, Eliodoro Di Felici, informò l'Intendente della provincia di Teramo che nel suo Comune non si svolgeva alcuna fiera.
Fano Adriano, che pure era un grosso e antichissimo centro, fino all'unità d'Italia non ebbe alcuna fiera.
All'Intendente di Teramo che chiedeva notizie di tipo economico da inserire nel « Giornale dell'Intendenza », il Sindaco, Desiderio D'Innocenzo, 1'8 giugno 1842 rispose « non si hanno fiere né mercati, non si hanno manifatture e non vi sono artisti che meritano di essere riportati nel giornale ufficiale per cui nessuna notizia posso darle » spondevano Egidio Referza (1846), Marino Sforza 1853) e Antonio Longaretti (1855). Quest'ultimo, anzi, nella responsiva si chiedeva come mai al paese non fosse mai stata accordata alcuna fiera. « Questo Comune scriveva a benché sito nelle vicinanze delle montagne, pur essendo il miglior paese delle montagne medesime e posto in amene pianure e con molti commodi, per cui si farebbe gran concorso poiché sito al centro di Comuni di Cortino, Crognaleto, Pietracamela e Montorio e vi verrebbero ancora pizzicaroli di Civita di Penne ed anche di codesta Provincia per acquistare buoni formaggi. Qui vi è tutta la commodità per i forestieri, nè vi manca il pane poiché vi è la privativa coll'obbligo di non farlo mancare, vi è abbondanza di vino in paragone agli altri paesi, buon formaggio e buona carne, frutti ed altri generi. Manca solo l'oglio che si acquista in Montorio da vari venditori a minuto, e vi sono anche degli alloggi ».
Più fortunata, se così si può dire, risultò Valle Castellana, in quanto, dopo reiterati e inutili tentativi, in seguito all'interessamento personale di Giovanni Monti, ottenne il permesso di poter organizzare una annua fiera a partire dal 1835.

Quattro anni più tardi, nel 1839, anche Crognaleto vede coronati i suoi sforzi con l'istituzione di una fiera annuale da celebrarsi nella prima domenica di settembre, nell'ampio « pianoro » di Piano Roseto. Alla domanda presentata l'anno prima nessun Comune aveva fatto Obiezioni, tutti furono, in linea di massima, favorevoli, anche se non mancarono alcune riserve da parte dei sindaci di Fano Adriano e Cortino.
Fano Adriano e Cortino, pur dichiarandosi d'accordo, tennero a evidenziare alcuni dettagli « il primo perché il luogo destinato per la celebrazione della menzionata fiera è orrido e diminuirebbe il concorso in quel comune nella festività del protettore S. Valentino », ed il secondo - concludeva il Sindaco di Fano - perché il luogo proposto ai mercanti è « di pertinenza dí Cortíno per la quale occupazione ha richiesto la quarta parte dell'introito che ritrarrebbesi dall'indicata fiera ».
Fortunatamente per Crognaleto, il Consiglio d'Intendenza non ritenne giustificato il dissenso dei due Comuni dichiarando che « le opposizioni prodotte dal Comune di Fano Adriano non sono attendibili perché oltre ad essere estranee esse opposizioni all'oggetto, non è necessario che alla festività del Santo Protettore concorrano gli abitanti degli altri Comuni. Considerando che le pretenzioni del Comune di Cortino per avere il quarto dell'introito che si ritrae da detta fiera potranno essere esaminate dopo che la medesima sarà stata sovranamente approvata ».
Il sindaco Alfonsi di Crognaleto aveva, del resto e molto opportunamente, sottolineato nell'istanza l'utilità della fiera, soprattutto vista in prospettiva, in quanto essa poteva essere animata dai commercianti dei « limitrofi circondari di questa e della provincia dell'Aquila, non meno che da quelli dello Stato Pontificio dalla parte di Valle Castellana, formando tal luogo proposto il centro del traffico di moltissimi Comuni per condursi nella indicata Provincia ».
Il fatto curioso, per non dire drammatico si verificò quando, avuta l'autorizzazione, il Comune si accorse di non avere i 27 carlini e 4 grana per pagare il diritto di concessione. Anche in quella occasione Crognaleto si salvò perché Michele Ciccone, Cancelliere del Comune di Valle S. Giovanni, si offrì per anticipare metà della somma necessaria per avere il Regio Exequatur.
Parallelamente ai tentativi di animazione del commercio, Poggio Umbricchio e con esso le ville del circondario di Crognaleto chiedono l'istituzione di scuole pubbliche statali, poiché la Chiesa, dopo la confisca dei beni secolari, non era più in grado di garantire alcuna forma di istruzione.
La lotta per avere una scuola fu assai dura e per alcuni paesi inutile.
Ferdinando I, come è noto, non amava le scuole, le pratiche si moltiplicavano, i fascicoli crescevano di volume e le speranze diminuivano.
A Tottea si concede di avere una scuola solo nel 1828. L'insegnante è don Michelangelo Forti, uomo colto e di spirito liberale. All'Intendente di Teramo che rimproverava uno scarso attaccamento alla dinastia da parte dei suoi concittadini, il Sindaco di Crognaleto, nel 1834, gli faceva rilevare che il Comune benché composto dì numerose Ville non era dotato di alcuna scuola né pubblica né privata, perciò, concludeva « non vi può essere associazione ». Una risposta analoga aveva dato nel 1822 l'allora Sindaco Pasquale Spinozzi « sono a dichiararle che il parroco di questo Comune non è maestro di scuola primaria, nè vi è stato mai istallato in questo Comune ».
Nel 1827 Giuseppe Palmarini, parroco di Servillo, ottiene l'autorizzazione a istituire una scuola privata nel Comune di Cortino, ma, diffusasi la voce di una sua probabile appartenenza alle società segrete, non gli viene affidata nonostante il Regio Giudicato di Montorio avesse dichiarato con una sua informativa del 3 maggio 1825 che « sebbene le voci sieno che don Giuseppe Palmarini fosse ascritto alla Setta, pure abbia conservato, come conserva, una plausibile buona opinione, e non che condotta morale e religiosa ».

Dieci anni più tardi, nel 1838, ci riprovava Gabriele Di Antonio con un'accorata lettera, anche se si rendeva conto delle difficoltà. A Cortino, scriveva, « non esistono né il maestro, né la maestra, i quali non sono stati mai nominati, né istallati, in primo luogo perché il Comune è poverissimo e non può sopportare la spesa de' medesimi, ed in secondo luogo perché il Comune è composto di quindici Ville, tutte disperse fra loro, ed in conseguenza vi vorrebbero quindi maestri ed altrettante maestre. Cosa che non può succedere, all'incontro ponendosi uno solo, avrebbe il comodo del maestro quella sola Villa, dove esso risiede ».
Nel Comune capoluogo la situazione non era diversa. Nella seduta del 23 marzo 1820, il Consiglio comunale denunciava la duplice difficoltà di procedere alla terna dei maestri, cui affidare la scuola primaria, e di scegliere la località più idonea allo scopo, poiché le Ville erano « disperse per questi luoghi alpestri di pessime strade e di case a guisa di Tugurij pastorali e dello stato delle famiglie miserabili per cui non si potrebbe mandare li ragazzi alla scuola, sì perché le famiglie non possono ». Ciononostante Vincenzo De Angelis scriveva amareggiato all'Intendente: « Questo è un Comune in cui è necessarissimo il Maestro per i giovinetti e moltissimi lo desiderano per avere un appoggio per istruirsi, ed in caso diverso a pochi altri anni non vi sarà neppure uno che sappia scrivere il suo nome».
In mancanza di scuole pubbliche i parroci locali si disimpegnavano nell'insegnamento di quei pochi fanciulli che abitavano vicino alla Chiesa in cambio di un tenue compenso.
A tutto il 1855 a Crognaleto non esiste traccia di scuola primaria, anche perché, in precedenza, nel 1852 un sovrano rescritto aveva vietato ai parroci l'insegnamento nelle scuole, e nel 1841 il Comune non era stato in grado di trovare un Maestro di Agricoltura teorica e pratica. Nel 1856 il Vescovo di Teramo, in mancanza d'altri, propone don Pietro Latini sacerdote di Senarica, ma il suggerimento momentaneamente cade nel vuoto a causa delle gelosie locali, venne nominato l'anno successivo, ma il Latini fece sapere di non gradire l'incarico e non prese servizio.
Di maestre per le fanciulle neanche a parlarne. Nel 1850, l'Ispettore Gaetano Francese scriveva che non esisteva nella zona una donna idonea all'insegnamento delle fanciulle « di quella alpestre montagna, ove i genitori colle figliole negate a qualunque consorzio spendono la vita nell'ozio beato degli antichi Patriarchi sotto la guida spirituale e temporale del proprio Pastore e della Madre cristiana, menandosi dai padri la maggior parte dell'anno o nelle Puglie o nell'agro romano pel pascolo dei rispettivi armenti ».
In una situazione sociale così disarticolata, economicamente arretrata e culturalmente sottosviluppata, Poggio Umbricchio si raccoglie in sé, lasciando ai giovani e ai meno anziani la possibilità di imboccare la via della costa adriatica o quella più drammatica dell'emigrazione transoceanica.